Il pesce ha parlato
Sala Vanni Firenze, 13 Dicembre 2002

Tocca a Marco Paretne e al suo spettacolo "Il pesce ha parlato" chiudere la rassegna invernale "Tradizione di Movimento" del Musicus Concentus. Le poltroncine della sala Vanni - tipica location da Firenze nobile e un po' ammuffita, elegante e austera al punto da incutere una vaga soggezione - non bastano ad accogliere i convenuti, e così qualcuno finisce per accomodarsi (si fa per dire) sul pavimento. Ma i disagi, le aspettative e gli entusiasmi vengono pienamente ripagati

Un concerto emozionante. Checché il termine suoni un po' generico, logoro, abusato, lasciate che lo ripeta: emozionante. Confesso che l'ultimo Trasparente mi ha in parte deluso, prefigurandomi in alcune tracce una sorta di normalizzazione sonora (e in parte anche strutturale) troppo spinta verso il luogo comune "radioheadiano", da cui la sensibilità di Marco Parente - spigolosa, tenera, scomposta - ne esce come sbiadita, stanca, disinnescata. Un autentico smacco, considerate le due prove precedenti, un colpo basso soprattutto per chi come me lo collocava (lo colloca) tra le più intense e genuine realtà (cant)autoriali italiane. Con questo spettacolo però Marco rimette le cose a posto: sul palco ha voluto con sé i fidati collaboratori Mirio Cosottini (tromba), Mirko Guerrini (clarino, sax e piano) e Lorenzo Brusci (elettroniche) mentre Marco Tagliola cura l'editing analogico e Stefano Roslmai l'amplificazione della spettacolare esafonia. Se li cito tutti è perché ognuno appare pienamente coinvolto nella realizzazione di queste stranianti riletture, ora denudate e fragili nella penombra di un piano, ora affogate in trepide, lattiginose malinconie jazz. Stupisce l'insolita dimensione da piece minimale, in cui l'esecuzione diviene gesto, il gesto espressione sonora, e l'atmosfera - densa di movenze e segni e significati - sembra cercare il punto di fusoine tra poesia e vita. Il canzoniere si concentra vieppiù sull'ultimo disco, più due titola da Eppur non basta, una cover di Caetano Veloso (la meravigliosa Michelangelo Antonioni, "la più bella canzone italiana degli ultimi vent'anni, peccato che non sia stata scritta da un italiano…") e l'inedito che chiude e dà il titolo all'esibizione. Completamente ignorato quindi il capolavoro Testa, dì' cuore, e ciononostante i pezzi proposti non hanno fatto rimpiangere ciò che è mancato: a partire dallo sconcerto rabbioso di Scolpisciguerra, passando da una spettacolare Adam ha salvato Molly (che sembra spegnersi su un assolo di sax salvo poi ripartire sparando fotogrammi impazziti della stessa canzone, il piano selvaggiamente pestato, le raffiche degli ottoni, il notebook - con melina bianca d'ordinanza - a dettare sclerotici sussulti nell'orgasmo free jazz), per non tacere di una trepidante W il mondo, dell'angosciosa Sopra sopra o della convulsa Fuck (he)art & let's dance, con Marco impegnato a percuotere un tamburino quando non direttamente il microfono (!), la voce data in pasto a riverberi elettronici e laceranti delay. Lo zenit emozionale della serata è stato però raggiunto grazie a una stupenda versione di Derivanti dall'incedere grave ed etereo, che sui versi "camminiamo, camminiamo" innesca una reiterazione ipnotica e struggente, tanto che i due fiatasti - tromba da un lato e sax dall'altro - scendono in sala marciando brechtianamente in mezzo al pubblico fino a scomparire ingoiati dalle quinte. Si conclude con Marco da solo al piano, alle prese col dolente inedito Il pesce ha parlato, una specie di breve epitaffio, allibito di fronte allo schiacciante stupore delle cose, infine arreso ad un silenzio inevitabile al punto che il pubblico stesso è invitato ad intonare a mo' di commiato il tema di L'aggio scritt'a canzone di Edoardo De Filippo, dapprima concedendo un incerto brusio, e poi via via un trepido trascinande salmodiare. Segue un fiume di applausi, tutti meritati.

Live dal Live alla Sala Vanni, 13 Dicembre 2002

di Stefano Solventi (il Mucchio Selvaggio N.516, 14-20 Gennaio 2003)

dando quel poco di tutto ..che abbiamo