Guida all'ascolto
10 Gennaio 2006
Marco commenta le canzoni di Neve ridens (ridens)
Neve ridens
Intervista su Neve ridens

  • Neve
  • Michelangelo Antonioni
  • Trilogia del sorriso animale: I sorriso
  • Trilogia del sorriso animale: II sorriso
  • Amore cattivo
  • Neve ridens
  • Gente in costruzione
  • Ascensore inferno piano terra
  • 30 secondi di vento
  • Vita moderna



    Neve

    Già dalla prima scaletta di Neve ridens era chiaro per me che Neve dovesse essere il primo brano del secondo album: per quanto il suo finale citi Wake up ("la meraviglia è la concentrazione") ne è il suo esatto contrario, ed il brano stesso fa capire l'approccio di questo disco, il suo essere l'esatto contrario di Wake up e quindi del primo Neve ridens, caratterizzato anche dall'azzardo di un inizio con più di un minuto di rumore.
    Così come ancora non era chiaro come dovesse concludersi questo secondo lavoro, era ben chiaro come dovesse iniziare.

    Anche a livello testuale è "l'altra faccia della medaglia". Là dove Wake up ti dice di stare attento, concentrato, qui il risveglio è assolutamente, non dico rinunciatario, ma impigrito. Non si riesce nemmeno ad ascoltare la neve che cade che, come si sa, non fa rumore.

    Tutto il testo è improntato su questo atteggiamento impigrito, lo stesso che guida tutto Neve Ridens.

    Si parla di coraggio, di attraversare, ma tutto solo a livello riflessivo, non si tratta di uno stato di rinuncia reale. È come dire, "guarda, oggi non ce la faccio a seguire ogni singola cosa che mi succede, io mi perdo, non ce la faccio". Non è rinuncia, ma consapevolezza: guardi le cose in modo diverso, più riflessivo, è un occhio più poetico e meno urlato.
    Le cose che ci succedono intorno vengono guardate, non affermate.

    È l'unico brano dell'intero disco fatto con una collaborazione esterna. Ci sono una chitarra, una voce, e poi sullo sfondo si sentono rumori, che sembrano a volte vento, a volte suoni metallici: è il frutto della collaborazione con il "lamierista" Dario Buccino. Si tratta di un musicista che vive a Milano e che proviene dalla musica contemporanea classica d'avanguardia. Da una decina d'anni segue un suo percorso personale: si è assolutamente inventato non un nuovo strumento, perché la lamiera come strumento di musica già esiste, ma una sua nuova tradizione. Ha creato un metodo di scrittura preciso per le parti di lamiera: da un assolo di lamiera, a un ensamble con dei fiati, con delle voci, insieme a delle percussioni... Fa anche tanta sperimentazione all'interno delle scuole con i ragazzi, per educarli al movimento e all'armonia del proprio corpo.

    Dario Buccino me lo ha fatta conoscere Enrico: appena mi ha detto "lamierista" mi si sono aperte delle finestre in testa, e ho subito provato a fare delle associazioni tra canzoni e lamiera, e mi sono chiesto come sarebbe potuto venire fuori un brano "voce e lamiera", o comunque che resa avrebbe avuto la lamiera in un mio brano. Il risultato è stato esattamente quello che mi aspettavo, ma in versione molto più amplificata: non immaginavo infatti le possibilità della lamiera a livello uditivo, perché si arriva a parlare di spazi, di dinamiche.

    Si passa dal soffio di vento alla cosa più devastante che abbia mai sentito, tanto da devastarti le orecchie, una cosa che neanche tutti gli amplificatori dei Mogwai sono riusciti a produrre (Marco fa riferimento ad un concerto di qualche anno fa a Firenze dei Mogwai, che fece epoca per il volume altissimo della loro musica, a tal punto da dare fastidio fisico alle orecchie degli spettatori, i più assiepati in fondo alla sala, il più lontano possibile dal palco. N.d.R.), considerando che nel secondo caso si tratta di roba amplificata, nel primo di roba acustica.

    Il suo ensamble di lamiere è variabile, dipende da quello che suona. Può passare a pezzi per 5 lamiere, per 7, per una sola... Le tiene in casa, in una specie di loft, in cui ha realizzato un sistema di corde alle quali appende i fogli, molto grandi, che percuote con varie tecniche. Tutte scritte, descritte e codificate. Si va dallo sfiorarle appena, allo scuoterle al percuoterle.

    La dimensione è estremamente fisica e da qui nasce il problema di inquadrare e classificare i suoi lavori. Lui si muove tra le lamiere e le partiture descrivono il movimento che deve fare tutto il corpo per suonarle. É qualcosa di molto bello da vedere ed anche per questo stiamo realizzando un DVD che, al di là del supporto audio, potrebbe aprire delle porte in più rispetto al canale musicale.

    Alla fine per la prima volta ho deciso di mettermi alla prova come produttore e di produrre i suoi lavori. La difficoltà sta proprio nel capire dove inserirlo. É al limite tra performance, danza, installazione e poi chiaramente musica. Lo si potrebbe tranquillamente presentare nell'ambito della danza contemporanea, del teatro sperimentale, oppure come installazione in mostre di arte moderna. Le possibilità sono varie.

    Tornando alla collaborazione, già da diverso tempo queste lamiere mi avevano colpito. Ho iniziato a pensare ad un brano che fosse adatto all'accostamento, e alla fine ho ne scritto uno nuovo, chitarra e voce, scritto pensando alle lamiere ma che ha una sua compiutezza anche da solo. Lui l'ha ascoltato, ci ha pensato e ha scritto il suo arrangiamento. È come considerare due composizioni che si uniscono: anche la sua è una composizione indipendente, uno dei pezzi della serie intitolata Ero già me, che ha quindi anche un suo titolo e una sua indipendenza, pur essendo costruita e fatta apposta per la mia canzone.


    Michelangelo Antonioni

    Per me questa canzone è l'esempio di quello che deve, o che almeno dovrebbe produrre, il prototipo del nuovo cantautore italiano che tutti vanno cercando. E non è un caso che sia stata scritta da un artista straniero, anzi, forse c'era proprio bisogno di un occhio più esterno per questo ruolo guida. E lo è per come è stata arrangiata, per come sono dette le parole e per l'importanza che hanno, per la melodia. Sottolineo che non voglio impersonare io questo prototipo ma, in questo caso, se tutti vogliono a tutti i costi pronunciare la parola "cantautore", questo brano lo rappresenta.

    Sarebbe bello che, non tanto Marco Parente, che pochi conoscono, ma per esempio la Mannoia, invece di rifare i classici di Caetano Veloso e della musica brasiliana, come fanno tutti, rifacesse questo pezzo, e lo facesse diventare una cosa importante, ma nessuno lo fa.
    E' buffo! Anche i brasiliani stessi non lo hanno apprezzato. Ha vinto, sì, dei premi, anche perché è dedicato a Michelangelo Antonioni, al cinema... ma alla fine è stato un brano che in pochi hanno veramente capito.

    La prima volta che l'ho proposto ero al Tora! Tora! di Pontassieve (22-07-2002, NDR). C'era stato da poco il concerto di Caetano a Firenze, dopo l'album "Noites Do Norte" (Elektra/Asylum, 2001, N.d.R.). Lo azzardai per la prima volta e venne così spontaneamente: lo avevo solo provicchiato e improvvisato il giorno prima, ma l'ho voluto fare dal vivo perché, al di là di tutto, era ed è un brano che mi fa star bene.
    Scoprire che potevo cantarlo, superata l'inibizione data dall'interpretare un pezzo scritto da un altro, mi ha fatto stare proprio bene.

    Rispetto al testo originale c'è solo, nella fase finale, l'aggiunta di una mia parte, una frase: "senza fine la fine, senza fine la fine, senza fine la finestra", che si ricollega al testo originale con la parola finestra. È una frase che è nata spontaneamente una libera interpretazione ed ampliamento, la mia visione di questa canzone.

    Mi piace la sua posizione in scaletta, sembra una nuova partenza. Non avevo pensato subito di includerla; era per caso la seconda traccia nei cd con i primi mixaggi fatti: ascoltandoli ci ho fatto l'abitudine e mi sono convinto che stava bene lì, dopo Neve.


    Trilogia del sorriso animale: I e II sorriso

    Il Primo sorriso è un brano talmente fondamentale che, prima di trovare la sua collocazione ideale, ha vagato molto. L'ha trovata solo nella seconda ripresa della masterizzazione, nell'ultimo giorno, al posto di Gente in costruzione, ma sempre unita al Secondo sorriso con cui forma un unicum, anche se all'interno del CD saranno separati da uno skip per ascoltarli anche singolarmente. Il Terzo sorriso è stata invece separata dalle prime due, in quanto diversa come tipo di suono, ed è entrata come finale del primo disco.

    Per me era importante che alla Trilogia si giungesse freschi e ben disposti. Dapprima tutti e tre i "Sorrisi" erano uniti e concludevano Neve ridens, ma io stesso finivo in confusione, perché arrivavo alla fine del disco, prima di iniziare ad ascoltare la trilogia, ed ero stanco. Alla fine ho rinunciato alla trilogia completa e l'ho divisa. Il Terzo sorriso era perfetto come chiusura del primo disco, proprio per il senso di sospensione con cui fa calare il sipario, lasciando presagire il secondo lavoro.

    I primi due movimenti sono una specie di mini suite e in studio di registrazione ho spinto molto a livello logistico per riuscire a suonarli tutte e due insieme, senza interruzione.

    Per quanto riguarda il testo, anche qui come nel Terzo sorriso vengono poste delle domande, ed è una cosa molto fisica perché si mette in contrapposizione il pianto con il muscolo del sorriso, fino ad arrivare all'astrazione assoluta, che è un po' il leit motiv concettuale di tutto il lavoro, "guardo la neve cadere e una iena sorridere", un'attesa in cui le parole si invertono, facendo sorridere la neve e cadere una iena.

    Non c'è una spiegazione precisa a questo: come prolungamento del titolo il ribaltamento è perfetto, da un punto di vista poetico, ma non ho una spiegazione razionale, letteraria e concettuale se non l'atto di invertire due termini su due elementi che non si corrispondono: è vero che la iena sorride, e la neve no, così come è altrettanto vero che la neve cade, mentre la iena no. Una destabilizzazione del significato delle parole, che è alla base del titolo dei due dischi.

    Il sorriso è una cosa molto infantile, appartiene all'infanzia. La neve mi piace e mi è sempre piaciuta. Sono cresciuto a Napoli, ma da piccolo andavo in Svezia dai parenti (la madre di Marco è svedese, NDR), e lì di neve ce n'era veramente tanta. Ed era una cosa straordinaria, in grado di farmi cambiare umore: un immenso manto bianco, che ho associato al sorriso. Nel primo "Sorriso", senza capirlo, ho associato il bianco della neve a quando apri le labbra per sorridere e, dal rosso delle labbra, si spalanca il bianco della dentatura, è un'associazione molto fisica...

    Il sorriso però è quello di una iena... ma questa è la vita, ci sono le domande, l'inquietudine, la tristezza, il dolore e la gioia… Il riso amaro che può avere la iena, o aggressivo, o beffardo. Corrispondono tutti a degli stati d'animo molto forti, quelli del sorriso dell'animale iena: Non è più quello di un bambino, ma di un animale, che non sorride. O che comunque non sa cosa è il sorriso, siamo noi che la chiamiamo "iena ridens" per il modo in cui tiene la bocca. Siamo noi che abbiamo dato a quello spalancarsi l'attributo "ridere" o sorridere, e se lo riconosciamo in altre cose, glielo attribuiamo. Così come anche la neve può provocare questa cosa. Alla fine questa associazione è veramente molto primordiale, e quindi in realtà molto semplice. Non lo è quando siamo noi, con le nostre sovrastrutture e tradizioni, a volerlo applicare, e quindi ci chiediamo che senso abbia dire "Neve Ridens", ma visto con occhi primordiali è molto semplice, semplicemente associativo.


    Amore cattivo

    Dei brani di questo disco è sicuramente il più vecchio: la prima volta che andai da Asso a provare i pezzi, iniziai con Io aeroporto e subito dopo definimmo i primi due blocchi di Amore cattivo, ma senza lo schiaffo rock'n'roll che c'è a un certo punto. Il brano è rimasto lì da una parte per molto tempo e sapevo che non sarebbe entrato nel primo disco, perché chiamava e dava la direzione per tutto il secondo, perché a livello di scrittura, vocale e di suono, ha dato il la per quello che doveva essere l'approccio per il secondo Neve ridens.

    Le frasi sussurrate "Teso a brillare, quadrare l'amore" sono le cose meno intellegibili del disco. Sono pronunciate in salmodiare: quasi come una preghiera, è tutto sussurrato. Il continuo passaggio tra il brillare e il quadrare che caratterizza questo disco qui trova, in queste frasi, la sua esplicitazione: brillare in questo caso vuol dire esplodere, e un'esplosione è un qualcosa che non riesci a contenere in tutti i suoi aspetti; quadrare è invece la razionalità. Si dicono, ma in modo diverso, cose simili a Testa, dì cuore, ma adesso si punta l'attenzione anche sull'elemento maligno, si attribuisce all'amore non più solo il senso di grandi sentimenti e di amore fisico, per un'altra persona, per le cose o politico, ma anche quello del "che è anche cattivo". In un certo senso è una contraddizione, ma per me è un'affermazione certa, forse più lucida di tutte le altre. Il "che è anche cattivo" io lo affermo con sicurezza. Non ho dubbi.

    Musicalmente parlando, il brano parte da una assoluta causticità piano e voce: questa voce molto ballerina, un lavoro vocale molto melodico. Poi inizia la seconda parte con il salmodiare, e il tutto inizia a marcire. Rimane tutto acustico, ed abbiamo aggiunto 5 o 6 strati di rumore dati da frequenze pure digitali. Strati che iniziano ad avanzare nel momento in cui c'è questa cattiveria dell'amore. Come se tutto si volesse frantumare, disgregare, marcire. Si decompone. In un certo senso "brilla", ma brilla in maniera crudele, non in maniera limpida e finisce con un taglio che dà il via all'ultimissima fase. L'idea iniziale era quella di mantenere la parte armonica iniziale del brano, ma con tutte altre sonorità ed arrangiamenti. Nella parte finale la batteria l'ho suonata io; una tipica batteria rock. Gli altri strumenti presenti sono un clavinet distorto, chitarra elettrica e basso distorto, proprio da gruppo rock. L'intento era di suonare finché avessimo resistito, all'infinito, nello stesso modo, senza inflessioni, la stessa parte, fino alla noia. Una vera prova di forza, abbiamo registrato ben 10 minuti. Nel disco poi abbiamo messo un estratto di soli 3 minuti del suonato, sui quali poi Enrico Gabrielli ha registrato 5 tracce di clarinetto per un totale di circa 7 minuti ciascuna (una prova di forza anche la sua).
    Io ho cercato di montarli insieme riassumendo in 2-3 minuti il senso di tutta l'azione, che è stata appunto una prova di forza ostinata.

    Il passaggio tra le due parti è un taglio netto: pensi che inizi un nuovo brano, poi riconosci la stessa armonia e capisci che si tratta sempre di Amore cattivo. È un brano stratificato. Non a tutti piaceva questo finale, che apparentemente sembra non avere niente in comune con il resto. Però mi piaceva inserirla: nell'immaginario potrebbe chiudere il lato A di un ipotetico Neve ridens concepito come disco in vinile su due lati, dando la possibilità di "ripartire" con il lato B: in questa visione quei tre minuti di rock sono fondamentali.


    Neve ridens

    Neve ridens è stato l'ultimo brano registrato, ed è entrato anche tardi a far parte del lavoro. Avevo inizialmente il giro di piano e il testo. Apro una parentesi sul testo: il ritornello non è mio, ma è preso da una vecchissima cosa del cantante degli Otto'p'Notri, David Bindi, del periodo in cui ancora cantava in inglese ma stava iniziando a cantare in italiano. C'era un brano che diceva proprio "non so se è la neve che è fuori o il cotone che ho dentro", poi lui proseguiva. Io invece lascio la frase in sospeso, come una domanda. Stranamente in un lavoro vecchio di anni c'è nuovamente il tema della neve. Ritornano anche dei suoni e un modo di scrivere che da molto non usavo. Alla fine è venuta fuori una canzone che sapevo dentro di me, fin dall'inizio, che non avrei cantato da solo. A livello di arrangiamento il brano, secondo me, ha però molto a che vedere con un suono "black music", un po' spiritual, americano nero, quindi mi sono detto che sarebbe stato bello fare un trio vocale, e farlo con le voci che nel panorama italiano più mi ispiravano. Da una parte Marco (Marco Iacampo, in arte "Good Morning Boy", N.d.R.) che considero un fuoriclasse, e di cui mi piaceva l'idea che cantasse in italiano e non in inglese come lui normalmente fa, e dall'altra Manuel Agnelli, che non ha certo bisogno di presentazioni, ed è una delle voci maschili più importanti che abbiamo in Italia, con una capacità tecnica e interpretativa assolutamente fuori dalla norma. L'idea di metterli insieme mi divertiva, e mi piaceva il fatto di radunare solo voci maschili, e per di più così diverse tra loro: una bella sfida.

    Fare un duetto con una voce femminile (nelle prime ipotesi c'era Elisa) poteva essere forse prevedibile, o comunque ripetitivo viste le cose che ho già fatto in passato (Oio con Carmen Consoli e Senza voltarsi con Cristina Donà, N.d.R.). Per la suddivisione delle parti ci siamo trovati in sala prove con Manuel e Marco. Io avevo più o meno in mente la distribuzione delle voci, ma non in modo definitivo. Sapevo, per esempio, che le prime tre frasi sarebbero state cantate una per ciascuno da tutti e tre, in sequenza uno dopo l'altro, una sorta di presentazione delle voci che avrebbero preso parte alla canzone. Poi volevo che una voce divenisse principale e che le altre facessero sotto una sorta di coro che rafforzasse l'effetto: e così è stato nelle strofe, dove la voce principale è la mia ma è molto importante il lavoro corale che hanno fatto gli altri.

    Sul ritornello non avevo delle idee precise, ma pensavo che sarebbe stato bello distribuirci le parti come nella prima strofa, ed è quello che è stato fatto, massicciamente fino in fondo. Se vai a cercare tutti gli incastri vocali non ci capisci niente, da quanto è intrecciato. La prima frase la dice Marco, poi io vado sopra e dico la seconda, però nel finale si risale e ci sono tutte e tre le voci che dicono una sola parola: Manuel che dice l'ultima parte di una frase, in tono altissimo, poi giù di nuovo tutti insieme...

    Registrarla è stato molto divertente, e leggero come lavoro: abbiamo cantato tutti e tre in diretta, così come avevamo provato, in studio uno vicino all'altro. Il montaggio è stato su varie versioni, ma tutte corali, nessuno ha mai cantato da solo. Nel tour la canzone sarà presentata così come l'abbiamo registrata, quando avrò il piacere di suonare con Marco e Manuel. Altrimenti ho preparato anche una versione voce e piano che canterò da solo, e che entrerà anche a far parte dello spettacolo Il rumore dei libri.

    Con Marco e Manuel poi ci dovrebbe essere la presentazione del singolo, e se è vero che faremo delle aperture degli After, ogni qual volta si ripresenterà la possibilità sarà bello riproporla. Anzi, siccome nella registrazione ci sono due batterie, la prima è un loop suonato da me e nel ritornello si sovrappone la seconda, sarebbe bello far suonare Giorgio (Prette, batterista degli Afterhours, N.d.R.) insieme ad Enzo. La prima batteria con quel suono particolare la potrebbe fare benissimo Enzo, e la seconda più classica, più rock, la potrebbe fare Giorgio. Sarebbe una bella condivisione tra noi e loro, più sostanziosa di quando Manuel suonava Lamiarivoluzione al piano, così come lo è la collaborazione in questo brano, che non si limita solo a un coretto.

    Il testo del brano, a parte il ritornello, è uno di quelli scritti di getto, estremamente simbolico e ambiguo. Si tratta di una storia fatta di immagini, senza dei personaggi precisi, solo immagini, visionarie, che raccontano una storia. C'è una prima strofa più astratta, concettuale. La seconda strofa usa le immagini del quotidiano, il tornare a casa, la cena, ma associa a queste delle visioni. Chi ti porta a casa? Una nave, tra gli alberi. Immagini molto filmiche, in uno scorrere che invece è quotidiano. Il tornare in tempo per la cena. La cena è servita. I rami, le mani. É tutto più concreto.

    Più di tutti gli altri brani questo è quasi una piccola sceneggiatura. Non a caso i ragazzi che stanno realizzando il video clip hanno seguito in modo didascalico le immagini evocate dalle parole. Si intravede in questa atmosfera innevata, notturna, una nave tra gli alberi, per l'appunto, e un uomo spaventapasseri, vuoto dentro, pieno di cotone, che si muove e torna forse verso casa. Evidentemente il simbolismo delle immagini è molto forte.


    Gente in costruzione

    Era un brano con tutto un altro arrangiamento. Le prime versioni erano con il pianoforte, con una batteria diversa. Era proprio un'altra canzone, più sinfonica, con dei timpani… Mi sembrava una canzone molto bella, fino al primo ritornello, poi però mi stancavo e me ne annoiavo. L'ho tenuta ferma per un bel po', con la convinzione che si trattasse di un brano importante e che in ogni caso non avrei lasciato da parte, soprattutto per quello che riguarda il testo.

    All'inizio "gente in costruzione" doveva essere proprio il titolo del disco. Sono riuscito in modo più diretto a parlare d'amore, d'odio, di costruzione, distruzione, di occhi, pietra, tutte parole e verbi che riassumono, insieme allo specchio (che si ritrova in altre canzoni), i concetti di tutto questo lavoro.

    L'ho lasciata riposare per un po', poi quando ci siamo ritrovati io ed Asso nel suo studio di Nave lui ha fatto un nuovo arrangiamento bellissimo, solo con una chitarra: sembrano due, ma in realtà è lui che fa i bassi, gli accordi e tutto il resto. A questo arrangiamento abbiamo poi aggiunto una mezza batteria, suonata da me, un timpano e una cassa.

    La versione finale è stata registrata in diretta, non c'è ombra di montaggio, con chitarra e batteria strutturate così come abbiamo deciso sul momento. Poi l'ho cantata.

    Mi piaceva l'idea di un brano che stesse in piedi con una chitarra elettrica, la batteria e la voce, e così ho ritrovato il centro del brano, che erano proprio le parole e la voce. Le parole prendono così il peso che erano destinate ad avere, e che era invece sopraffatto dai primi arrangiamenti. Questa versione è volutamente rimasta così minimale, tant'è che ancora prima della masterizzazione e del mixaggio, l'avevamo proposta dal vivo, con gli altri che si aggiungevano uno per volta: Enrico che suonava i due fiati, il basso, e una batteria aggiuntiva a me, che suonavo con il microfono. Un bellissimo arrangiamento, che poteva essere anch'esso la versione definitiva, da inserire nel disco, ma non ho voluto tornare in studio perché la versione minimale era il primo "imprinting" del brano, e quello volevo che rimanesse. E sta anche molto bene rispetto all'idea generale del disco, che non è molto arrangiato, ed ha cose molto minimali.


    Ascensore inferno piano terra

    Questo brano appartiene al passato (appartiene allo spettacolo teatrale Paradiso, inferno, piano terra, ideato e interpretato da Marco tra il 2001 e il 2002, N.d.R.): è assolutamente una versione rivisitata, ma ha un suono che non ha niente in comune con tutto quello che si è ascoltato prima, ha l'atmosfera noir degli anni '50, di Miles Davis.
    É stato un brano suonato interamente in diretta, a parte la voce. La prima parte era abbastanza stabilita, per lasciare poi il posto all'improvvisazione. Abbiamo fatto tre versioni, poi ne è stata presa una. Non aveva però ancora trovato un suo contesto. Era sempre stata mia intenzione riuscirgli al dare una veste "da disco", di canzone chiusa che entra all'interno di un progetto. Non aveva mai trovato spazio, né in Trasparente né nel primo Neve ridens, soprattutto perché nella mia testa continuava ad essere considerato come parte di uno spettacolo e non riuscivo a vederlo in modo staccato. Tuttavia pensavo che fosse una composizione molto valida, che dovesse trovare il suo spazio. E qui, molto giustamente, l'ha trovato. E sono molto contento. Al di là dell'arrangiamento, sono veramente contento della sua esecuzione: è assolutamente irripetibile (Marco scandisce sillaba per sillaba, N.d.R.). É l'unico brano che quando l'ascolto dico "chi l'ha suonato quel pezzo lì?", non riesco proprio a vedere me che suono il pianoforte in quel modo, Enzo quella batteria, l'assolo di Enrico, o la slide di Asso. Non vedo loro, non vedo me, non ci vedo suonare quel brano: è come se in quella canzone fossimo stati posseduti, posseduti da altre anime musicali, dando vita a quello strano equilibrio che la canzone alla fine ha.

    E' suonata in modo diverso dal registro cui siamo abituati: con coincidenze incredibili di feeling, di interazione, soprattutto nella parte del solo, che è improvvisato. Sapevamo da dove partire ma non c'era niente di scritto, è stato un vero assolo, una vera improvvisazione.

    Da un punto di vista testuale, l'ultima frase poteva essere la conclusione del disco e anche il suo atteggiamento complessivo, "Vivo nell'unico mondo possibile e in ogni modo possibile", che non è un rinunciare, un arrendersi, ma una consapevolezza non urlata: e così siamo qua, con l'ascensore abbiamo lasciato il paradiso, siamo passati dall'inferno, e siamo arrivati al fondo del fondo che è il piano terra, e l'unica cosa che possiamo fare, che possiamo fare è vivere.


    30 secondi di vento

    Il disco poteva concludersi con le frasi finali di Ascensore inferno piano terra, e sarebbe stato tipico da me chiuderlo così, volendo dare una reale fine con un epilogo, una morale finale.

    C'è una reprise, con due piccoli episodi, come fossero due finali diversi per una stessa storia. All'inizio erano distribuiti in modo differente nella scaletta del disco, per dargli respiro, ma poi sono finiti a chiusura di tutto il lavoro, e sono ancora una volta l'uno il contrario dell'altro, due facce della stessa medaglia.

    30 secondi di vento è, volendo, il vero finale di Ascensore inferno piano terra: queste parole non dette che diventano eterne, e questo vento che prende e dà, come l'amore, come tutto nella vita che si misura per quello che tu prendi, ricevi e dai, ma in modo metafisico. C'è il vento, ci sono le parole, il silenzio. Tutto è sospeso nell'infinito, etereo. Per quanto il concetto sia pesante come un "macigno", per certi versi, mi viene da associargli il termine "metafisico", come fosse la parte metafisica di un'emozione, quando non sai in che spazio sta.


    Vita moderna

    E' il secondo episodio della reprise che chiude il disco, un brano strano per come è nato, firmato insieme ad Asso.

    Mentre eravamo nello studio a Nave a registrare, durante le pause, lui aveva un ukulele e suonava un motivetto. A un certo punto, non ricordo esattamente come e quando, apro la mia agenda e trovo parole scritte già, in altri momenti. Abbiamo messo insieme le due cose, e il brano è nato, senza aver provato nessuna melodia, che è nata spontaneamente.

    Questa è una canzone dedicata non a "te stesso", ma a un'altra persona, è un gesto che dall'inizio alla fine non si concentra su di sé, ma è per la vita di un'altra persona. Come tutte le canzoni dedicate, ha in sé un potenziale speciale ed è dotata di istinto puro: di canzoni scritte in 5 minuti se ne fanno poche, e quando le si fa si è consapevoli che sono speciali.

    E' quasi un atto "psicomagico", psicomagico terreno, tanto per citare Jodorowski, un atto psicomagico della carne; c'è la pietra, che viene piantata in terra. Il tutto è come un gesto dedicato incondizionatamente ad un'altra cosa, un'altra persona, e mi piace che il disco finisca così.

    Esco fuori dalle scarpe, dalla mia giacca, e il disco viene consegnato, si chiude e se ne và.

    Marco Parente

    (a cura di Paolo Fidanzati)


  • E allora... Mi sento confortato...